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1/8/2009

COME ISRAELE HA PORTATO GAZA SULL’ORLO DI UNA CATASTROFE UMANITARIA

COME ISRAELE HA PORTATO GAZA SULL’ORLO DI UNA CATASTROFE UMANITARIA
DI AVI SHLAIM
The Guardian

Si può trovare un senso all’insensata guerra di Israele contro Gaza solo capendo il contesto storico. La creazione dello stato di Israele nel 1948 fu causa di un’enorme ingiustizia verso i Palestinesi. I politici britannici mal tollerarono la faziosità degli Stati Uniti verso il neonato stato. Il 2 giugno 1948, sir John Troutbeck scrisse al ministro degli esteri che gli Statunitensi erano responsabili della creazione di uno stato canaglia guidato da «un gruppo di capi del tutto privo di scrupoli». Pensavo che questo giudizio fosse troppo duro, ma la brutale aggressione di Israele al popolo di Gaza, e la complicità dell’amministrazione Bush, ha riaperto la questione.
Chi scrive prestò servizio con fedeltà nell’esercito israeliano a metà degli anni Sessanta e non ha mai messo in discussione la legittimità dello stato di Israele secondo i confini di prima del 1967. Ciò che respingo senz’altro è il progetto coloniale sionista al di là della Linea verde. L’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza da parte di Israele dopo la guerra del giugno 1967 ha assai poco a che fare con la sicurezza. È solo una questione di espansionismo territoriale. L’obiettivo era quello di creare una Grande Israele attraverso un permanente controllo politico, economico e militare dei territori palestinesi. E il risultato è stata una delle più lunghe e brutali occupazioni militari dei tempi moderni.
Quarant’anni di controllo israeliano hanno provocato danni incalcolabili all’economia della Striscia di Gaza. Con una folla di profughi del 1948 stipati in una sottile striscia di terra, senza infrastrutture e senza risorse naturali, il futuro di Gaza è sempre stato buio. Ma Gaza non è solamente un caso di sottosviluppo economico, ma un caso, unico e crudele, di regressione pianificata dello sviluppo. Per usare un’espressione biblica, Israele ha fatto regredire il popolo di Gaza a tagliatori di legna e portatori d’acqua, a una fonte di manodopera a basso costo e a un mercato prigioniero per i beni di Israele. Lo sviluppo dell’industria locale è stato attivamente ostacolato affinché fosse impossibile ai Palestinesi rompere il vincolo di subordinazione a Israele e creare le fondamenta economiche necessarie per una vera indipendenza politica.
Gaza è il classico caso di sfruttamento coloniale nell’era post-coloniale. Le colonie ebraiche nei territori occupati sono immorali, illegali. Sono un ostacolo insormontabile alla pace. Sono allo stesso tempo strumento di sfruttamento e simbolo dell’odiata occupazione. A Gaza, i coloni ebrei erano soltanto ottomila nel 2005, a fronte di un milione 400mila nativi. Eppure quei coloni controllavano un quarto del territorio, il 40 percento della superficie coltivabile e facevano la parte del leone delle scarse risorse idriche. A gomito a gomito con questi stranieri intrusi, la maggioranza della popolazione locale viveva in condizioni meschine, in inaudita povertà. Ancora oggi l’ottanta percento vive con meno di due dollari al giorno. Le condizioni di vita nella Striscia rimangono un affronto ai valori della civiltà, un’importante causa scatenante della resistenza e un fertile terreno per il proliferare dell’estremismo politico.
Nell’agosto del 2005 il governo del Likud di Ariel Sharon ritirò unilateralmente i coloni da Gaza, richiamando tutti gli ottomila coloni e distruggendo le case e le fattorie che si lasciavano alle spalle. Hamas, il movimento di resistenza islamica, fu il protagonista della campagna che portò gli Israeliani a uscire da Gaza. Il ritiro fu un’umiliazione per le Forze di difesa israeliane. Sharon presentò al mondo il ritiro da Gaza come un contributo al processo di pace, basato sulla soluzione di due stati. Ma l’anno dopo, 12mila Israeliani colonizzarono la Cisgiordania, riducendo ulteriormente le dimensioni di uno possibile stato palestinese indipendente. Impossessarsi della terra e trattare la pace sono cose inconciliabili. Israele era in grado di scegliere, e scelse la terra invece della pace.
Il vero scopo di quella mossa fu quello di ridisegnare unilateralmente i confini di una Grande Israele inglobando le principali colonie della Cisgiordania nello stato di Israele. Il ritiro da Gaza, perciò, non fu affatto il preludio a un accordo di pace con l’Autorità palestinese, ma fu il preludio a un’ulteriore espansione sionista in Cisgiordania. Fu una decisione unilaterale di Israele presa in favore di quello che fu visto, erroneamente per conto mio, come l’interesse nazionale israeliano. Ben radicato in un rifiuto di fondo dell’identità nazionale dei Palestinesi, il ritiro da Gaza fu parte di iniziativa di lungo termine per negare al popolo palestinese un’esistenza politica indipendente sulla propria terra.
I coloni israeliani furono sì ritirati, ma i soldati di Israele continuarono a controllare tutti gli accessi alla striscia di Gaza per terra, per mare e per cielo. Gaza fu trasformata da un giorno all’altro in una prigione a cielo aperto. Da allora in avanti l’aviazione israeliana fu libera di sganciare bombe senza nessuna limitazione, di provocare boati sonici volando a bassa quota e rompendo il muro del suono, e di terrorizzare gli sventurati abitanti di questa prigione.
Israle si compiace di rappresentarsi come un’isola di democrazia in un mare di autoritarismo. Eppure Israele non ha mai fatto niente nella sua storia per promuovere la democrazia nei territori arabi, anzi a fatto molto per indebolirla. Israele collabora segretamente da lungo tempo con i regimi reazionari arabi per sopprimere il nazionalismo palestinese. Malgrado tutti questi ostacoli, il popolo palestinese riuscì a costruire la sola autentica democrazia del mondo arabo, con l’eccezione, forse, del Libano. Nel gennaio del 2006, libere e corrette elezioni per il Consiglio legislativo dell’Autorità palestinese portarono al potere un governo guidato da Hamas. Israele, però, rifiutò di riconoscere il governo democraticamente eletto, sostenendo che Hamas non è nient’altro che un’organizzazione terroristica.
Gli Stati uniti e l’Unione europea si unirono a Israele nell’emarginare e demonizzare il governo di Hamas e nel cercare di farlo crollare negando le entrate erariali e gli aiuti umanitari. Si creò così una situazione surreale: una parte significativa della comunità internazionale impose sanzioni economiche non contro l’occupante ma contro l’occupato, non contro l’oppressore ma contro l’oppresso.
Come spesso è accaduto nella tragica storia della Palestina, le vittime furono incolpate delle loro stesse disgrazie. La macchina propagandistica di Israele ha diffuso con insistenza l’idea che i Palestinesi siano terroristi, che rifiutino la coesistenza con lo stato ebraico, che il loro nazionalismo non sia nient’altro che antisemitismo, che Hamas sia soltanto un branco di fanatici religiosi e che l’Islam sia incompatibile con la democrazia. Ma la verità è che i Palestinesi sono un popolo normale con aspirazioni normali. Non sono migliori né peggiori di altri popoli. Ciò a cui aspirano è soprattutto un pezzo di terra per sé su cui vivere dignitosamente e liberamente.
Come altri movimenti radicali, le posizioni di Hamas sono diventate più moderate con la salita al potere. Dal rifiuto ideologico contenuto nel loro statuto, sono passati alla pragmatica soluzione di compromesso dei due stati. Nel marzo del 2007, Hamas e Fatah formarono un governo di unità nazionale pronto a negoziare un duraturo cessate-il-fuoco con Israele. Israele, però, rifiutò di negoziare con un governo che includesse Hamas.
Continuò a giocare al buon vecchio divide et impera tra fazioni palestinesi rivali. Verso la fine degli anni '80, Israele aveva sostenuto la nascente Hamas per indebolire Fatah, il movimento nazionalista laico guidato da Yasser Arafat. Adesso Israele ha iniziato ad incoraggiare i corrotti e plasmabili leader di Fatah a destituire i lori rivali politico-religiosi e a riprendersi il potere. Alcuni aggressivi neo-con statunitensi hanno partecipato al sinistro complotto per istigare una guerra civile palestinese. La loro intromissione è stata tra le maggiori cause del crollo del governo di unità nazionale e nel condurre Hamas a prendere il controllo di Gaza nel giugno 2007 per prevenire un colpo di stato di Fatah.
La guerra scatenata da Israele contro Gaza il 27 dicembre è stata l’apice di una serie di scontri e battaglie col governo di Hamas. Essa è però, in senso lato, una guerra fra il popolo palestinese e il popolo israeliano, perché la gente ha eletto il partito di Hamas. L’obbiettivo dichiarato della guerra è quello di indebolire Hamas e di fare sempre più pressioni affinché i suoi leader acconsentano a un cessate-il-fuoco alle condizioni di Israele. L’obbiettivo non dichiarato è quello di assicurare che i Palestinesi di Gaza siano considerati dal mondo solo come un problema umanitario, vanificando così la loro lotta per l’indipendenza e la creazione di un loro stato.
Il momento giusto per la guerra è stato determinato dall’opportunità politica. Le elezioni politiche sono in programma per il 10 febbraio e, nella corsa alle elezioni, tutti i principali concorrenti cercano di procurarsi l’opportunità di provare la loro durezza. Gli alti ufficiali dell’esercito scalpitavano per assestare un tremendo colpo a Hamas al fine di cancellare la macchia sulla loro reputazione provocata dalla guerra contro gli Hezbollah in Libano nel luglio del 2006. I cinici leader di Israele potevano contare pure sull’apatia e sull’impotenza dei regimi arabi filo-occidentali e sul cieco sostegno del presidente Bush in scadenza di mandato alla Casa bianca. Bush è subito corso a servizio degli Israeliani, scaricando la colpa della crisi su Hamas, ponendo il veto alle proposte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di un immediato cessate-il-fuoco e dando il via libera a un’invasione terrestre di Gaza da parte israeliana.
Come sempre, la potente Israele pretende di essere la vittima dell’aggressione palestinese, ma l’impressionante asimmetria di forza tra le due parti lascia poco spazio al dubbio su chi sia la vera vittima. Questo, infatti, è un conflitto fra Davide e Golia, ma al contrario, con la piccola e indifesa Palestina nel ruolo di Davide che affronta un Golia israeliano armato fino ai denti, spietato e arrogante. La risorsa della forza militare bruta è accompagnata, come sempre, dalla petulante retorica del vittimismo e dalla manfrina dell’autocommiserazione ricoperta di una pretesa superiorità morale. In ebraico si chiama sindrome di bokhim ve-yorim, “piangere e fottere".
Certo, Hamas ha la sua parte di colpe in questo conflitto. Privato del frutto della vittoria elettorale, davanti a un avversario senza scrupoli, ha fatto ricorso all’arma dei deboli, il terrore. I militanti di Hamas e della jihad islamica hanno continuato a lanciare razzi Qassam contro le colonie israeliane vicino a confine con Gaza finché l’Egitto non ha mediato un cessate-il-fuoco di sei mesi lo scorso giugno. Il danno provocato da questi rudimentali ordigni è minimo, ma l’impatto psicologico è immenso, tanto che i cittadini hanno preteso la protezione del governo. Date le circostanze, Israele aveva il diritto di difendersi, ma la sua risposta alla seccatura dei razzi è stata del tutto sproporzionata. Le cifre parlano da sole. In tre anni, dopo il ritiro da Gaza, undici israeliani sono stati uccisi dai razzi. D’altro canto, nel solo triennio 2005-2007, le Forze di difesa israeliane hanno ucciso 1.290 Palestinesi a Gaza, compresi 222 bambini.
Ma al di là delle cifre, uccidere civili è sbagliato. Questa regola si applica tanto agli Israeliani quanto ad Hamas, ma le cronache parlano di un’incontenibile e incessante brutalità verso gli abitanti di Gaza. Israele, inoltre, ha mantenuto l’embargo su Gaza dopo che entrò in vigore il cessate-il-fuoco, il che, secondo i leader di Hamas, vuol dire violare l’accordo. Durante il cessate-il-fuoco, Israele ha impedito le esportazioni dalla Striscia, violando manifestamente un accordo del 2005 e causando un violento calo delle possibilità di impiego. Ufficialmente, infatti, il 49,1 percento della popolazione è disoccupato. Ma al contempo Israele ha limitato drasticamente l’ingresso a Gaza di automezzi carichi di cibo, carburante, bombole di gas per uso alimentare, pezzi di ricambio per impianti sanitari e idrici, e medicinali. Mi risulta difficile capire come affamare e congelare i civili di Gaza possa voler dire proteggere i cittadini israeliani che vivono sul confine. Ma anche se fosse, sarebbe lo stesso immorale, una forma di punizione collettiva che è severamente proibita dal diritto internazionale.
La brutalità dei soldati israeliani fa il paio con la propensione alla menzogna dei suoi portavoce. Otto mesi prima che scoppiasse la guerra contro Gaza, Israele creò il Consiglio per l’Informazione nazionale. La sostanza dei messaggi alla stampa di questo organo è che Hamas ha violato il cessate-il-fuoco; che l’obiettivo di Israele è la difesa della sua popolazione; che le forze di Israele stanno facendo tutto il possibile per non fare del male ai civili innocenti. I velinari di Israele sono riusciti a trasmettere il messaggio. Ma, in sostanza, la loro propaganda non è altro che un insieme di bugie.
C’è un enorme divario tra la realtà delle azioni di Israele e la retorica dei suoi portavoce. Non è stato Hamas a rompere il cessate-il-fuoco, ma le Forze di Difesa israeliane. Il 4 novembre fecero un incursione a Gaza uccidendo sei uomini di Hamas. L’obiettivo di Israele non è solamente la difesa della sua popolazione, ma il rovesciamento finale del governo di Hamas a Gaza, mettendo il popolo palestinese contro i suoi governanti. E altro che cercare di non far del male ai civili: Israele è colpevole di bombardamenti indiscriminati e di un embargo ormai triennale che ha portato gli abitanti di Gaza, attualmente un milione e mezzo, sull’orlo di una catastrofe umanitaria.
Il precetto biblico dell’occhio per occhio è già abbastanza crudele. Ma la dissennata offensiva israeliana contro Gaza sembra seguire la logica dell’«occhio per ciglio». Dopo otto giorni di bombardamenti, con un bilancio di più di 400 Palestinesi uccisi contro quattro Israeliani, il governo guerrafondaio ha ordinato l’invasione di terra di Gaza, le cui conseguenze sono incalcolabili.
L’inasprimento dell’impiego dell’esercito non potrà far guadagnare a Israele l’immunità dal lancio di razzi da parte dell’ala militare di Hamas. Ad onta della morte e della distruzione che Israele ha inflitto loro, essi continuano la loro resistenza e continuano a sparare razzi. Si tratta di un movimento che glorifica il vittimismo e il martirio. Semplicemente: non c’è una soluzione militare allo scontro fra due comunità. Il problema del concetto di sicurezza di Israele è che esso nega persino la più elementare sicurezza all’altra comunità. C’è un solo modo per garantirsi la sicurezza, e non è sparare, ma discutere con Hamas, che si è più volte detto disposto a negoziare un cessate-il-fuoco duraturo con lo stato ebraico entro i confini di prima del 1967, un accordo che duri venti, trenta o addirittura cinquanta anni. Israele ha respinto l’offerta per la stessa ragione per cui ha rifiutato con sdegno il progetto di pace della Lega araba nel 2002, che è ancora sul tappeto: perché comporta concessioni e compromessi.
Questo breve excursus sulla cronaca di Israele degli scorsi quarant’anni non può che portare alla conclusione che esso è ormai diventato uno stato canaglia con «un gruppo di capi del tutto privo di scrupoli». Uno stato canaglia viola abitualmente il diritto internazionale, possiede armi di distruzione di massa e pratica il terrorismo, cioè l’uso della violenza contro i civili per scopi politici. Israele soddisfa tutti e tre questi criteri; le calzano a pennello. La vera mira di Israele non è una coesistenza pacifica coi vicini palestinesi, ma il dominio militare. Rende più grave gli errori del passato aggiungendone di nuovi e più disastrosi. I politici, come chiunque altro, sono certamente liberi di ripetere le menzogne e gli errori del passato. Ma non sono obbligati a farlo.

Avi Shlaim è docente di Relazioni internazionali all’Università di Oxford ed è autore di Il muro di ferro. Israele e il mondo arabo [versione italiana Il Ponte editrice, 2003] e di Lion of Jordan: King Hussein's Life in War and Peace [Il Leone di Giordania: la vita di re Hussein in guerra e in pace].

Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/world/2009/jan/07/gaza-israel-palestine
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da PAOLO YOGURT
da www.comedonchisciotte.org
10/6/2008

Dreams

I corvi sono ancora desti,
 volteggiano
Lì sul picco tutto tace
 e giù egli dorme, ancora.
 
 
Il Martello
9/18/2008

Judas Priest - Prisoner of your eyes

When I saw your face
I became a prisoner of your eyes
And I would do just anything
To stay and be with you.

You know there are times
When I let myself wonder
As I was going under
You Pulled me back to earth

Don't you hear me crying
Take me in your arms again
Tell me that you're trying
Or is our love a lie

Love is blind
And love deceives you
You came along and captured me
Now I'm a prisoner of your eyes
Trapped in time
I cannot leave you
I'm just a prisoner of your eyes
As each day goes by
I've given up completely
I've locked myself inside your heart
And thrown away the key

Only time will tell
If I can live without you
Can you live without you
Can you see into the future
Will you ever set me free

Don't you hear me crying
Take me into your arms again
Tell me that you're trying
Or is our love a lie

Love is blind
And love decieves you
You came along and captured me
Now I'm a prisoner of your eyes
Trapped in time
I cannot leave you
I'm just a prisoner of your eyes

In this heartache
We can try and start again
Stop the heartbreak
A little time will help to kill the pain.
5/25/2008

Travels

 

Wales_flag_large  I'm coming!!!!

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Wales

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4/16/2008

Tempi Duri...

Chissà cosa ci aspetta d'ora in poi, con gli amici del Sionismo più integralista,

con la destra più ottusa d'europa,

con l'america più arrogante, con l'ignoranza e il cemento dilagante...

Se prima stavamo male, ora stiamo nella merda, ma la colpa è solo nostra.

http://www.loccidentale.it/node/16294

10/15/2007

Frammenti di un frontale

Hai sporcato il guard rail di rosso,
il femore con la tibia, sono più in là, nel fosso
e ancor più in là giace sulla strada bagnata,
la tua scatola cranica non più confezionata.
8/16/2007

Folk Instruments Part II

Fisarmonica

La fisarmonica è uno strumento musicale aerofono a mantice; è stata per lunghi anni uno strumento folcloristico legato alla tradizione della danza popolare.

Il primo brevetto di un accordion, termine oggi usato in molte lingue (pur con varianti grafiche) per indicare la fisarmonica, fu depositato il 6 maggio del 1829 a Vienna dal costruttore di organi e pianoforti Cyrill Demian e dai suoi figli Carl e Guido.

Lo strumento di Demian aveva dieci bottoni per eseguire le linee melodiche e due bottoni per i bassi.

Le evoluzioni tecniche e costruttive dello strumento hanno sempre più perfezionato il suo timbro e la sua intonazione, favorendo la presenza dello strumento anche in ambiti musicali più colti.

La fisarmonica ha due bottoniere: una corrispondente alla mano sinistra, l'accompagnamento che fa suonare i bassi e gli accordi maggiori, minori, di settima (senza la quinta) e di quinta diminuita, l'altra corrispondente alla mano destra serve al canto ed è definita "bottoniera cantabile". Esistono anche fisarmoniche dove la mano destra suona su una tastiera simile a quella del pianoforte. Queste tastiere raggiunsero il boom negli anni 20 quando sulle navi da crociera il pianista dovette adattarsi a suonare anche questo strumento, indispensabile per certi brani. Venne denominata "fisarmonica a piano" mentre la vera fisarmonica è "a bottoni" detta anche "cromatica". Esistono una variante della fisarmonica a bottoni: la fisarmonica "diatonica", identica nell'aspetto a quella cromatica, ma che differisce per il funzionamento; nella cromatica un bottone produce la stessa nota indipendentemente dal verso del mantice (in gergo, il verso indica il movimento che si esegue, ossia apertura o chiusura), mentre nella diatonica lo stesso bottone produce due note diverse a seconda del verso del mantice.

Fonte: wikipedia 

6/24/2007

Folk instruments Part I

Cornamusa

 

La cornamusa è uno strumento musicale aerofono a serbatoio (o aerofoni a sacco).

Il suonatore riempie d'aria una sacca di pelle dalla quale partono canne di bordone e una canna diteggiabile (chanter) cui è affidata la melodia. Le tre a intonazione fissa usufruiscono di ance semplici simili a quelle delle launeddas (strumento etnico sardo); quella diteggiabile, invece, usa un'ancia doppia, come quella tipica della famiglia degli oboi.

Nell'estesa famiglia delle cornamuse, da non confondersi con le zampogne, che sono strumenti prevalentemente dedicate all'accompagnamento, si contano diverse versioni sviluppatesi nei secoli in varie aree culturali europee.

Ancorché antichissima, la tradizione delle cornamuse contemporanee inizia, nella forma che conosciamo attorno al XVII secolo.

Le cornamuse dell'Europa Occidentale si distinguono in due tipi fondamentali: quelle ad aria calda (blown pipes) e quelle ad aria fredda (bellow pipes). Nelle prime l'otre viene alimentato per insufflaggio dell'aria attraverso un boccaglio (o blowing stick) direttamente da parte del suonatore, mentre nelle seconde il gonfiaggio avviene mediante un mantice assicurato mediante cinghie sotto il gomito destro del suonatore, azionato dal movimento del braccio.

La più famosa delle cornamuse ad aria calda, quella descritta all'inizio dell'articolo, è quella scozzese, la Great Highland Bagpipe, tutt'oggi impiegata nelle pipe bands, che si distingue per la sua particolare sonorità.

A questa, sempre nella tradizione europea, si annoverano: la musette (Francia - Bretagna), la gaita galiziana e asturiana (Spagna), la piva dell'Appennino Piacentino-Parmense e la müsa delle Quattro Province e il Baghèt delle valli Bergamasche (Italia), oltre a versioni più o meno evolute di gaite nell'Europa Balcanica.

La principale cornamusa tra quelle ad aria fredda può essere considerata la Uilleann pipes (Irlanda), mentre in Scozia sono ancora alquanto diffuse diverse versioni di strumenti denominati border pipes derivate dalla Great Highland Bagpipe quali le small pipes e le kitchen pipes; tra le border pipes viene a volte annoverata la northumbrian pipe, che però risulta più simile, sia per struttura che per tecnica esecutiva, alla uilleann irlandese.

 

Fonte: wikipedia

4/21/2007

La guerra di Piero

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi
lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente
così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l'inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve
fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po' addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce
ma tu no lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera
e mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero , sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
e mentre gli usi questa premura
quello si volta , ti vede e ha paura
ed imbracciata l'artiglieria
non ti ricambia la cortesia
cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato
cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno
Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all'inferno
avrei preferito andarci in inverno
e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole
dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.

 

Fabrizio de André
4/11/2007

aChAb

"Stammi a sentire di nuovo. Andiamo ancora un po' più a fondo. Tutti gli oggetti visibili, amico, sono solo maschere di cartone. Ma in ogni cosa che succede, nell'azione viva, nel fatto preciso, lì, c'è qualche cosa di sconosciuto ma sempre ragionevole che sporge il profilo della faccia da sotto la maschera cieca. Se l'uomo vuole colpire, deve colpire la maschera! Come può evadere il carcerato se non forza il muro? Per me la balena bianca è quel muro. Me l'hanno spinto accanto. Qualche volta penso che lì dietro non c'è niente. Ma è sempre abbastanza. Mi chiama alla prova. Mi opprime. In essa vedo una forza che è un oltraggio, con una malizia inscrutabile che l'innerva. Quella cosa incomprensibile è sopratutto ciò che odio. Forse la balena bianca è il mandatario, e forse è il mandante, ma io gli rovescerò addosso questo mio odio. Non mi parlare di blasfemia, amico; colpirei il sole se mi offendesse. Perché se il sole potesse offendermi, io potrei colpirlo; perché c'è sempre una specie di lealtà nel gioco, e la rivalità presiede su tutta la creazione. Ma io non mi sento soggetto neanche a questa lealtà. Chi è sopra di me? La verità non ha limiti."
 
-Moby Dick- HERMANN MELVILLE
4/3/2007

ALBA FESTIVA

Che hanno le campane,
che squillano vicine,
che ronzano lontane?

E' un inno senza fine,
or d'oro, ora d'argento,
nell'ombre mattutine.

Con un dondolio lento
implori, o voce d'oro,
nel cielo sonnolento.

Tra il cantico sonoro
il tuo tintinno squilla
voce argentina - Adoro,

adoro - Dilla, dilla,
la nota d'oro - L'onda
pende dal ciel, tranquilla.

Ma voce più profonda
sotto l'amor rimbomba,
par che al desìo risponda:

la voce della tomba.

 

Giovanni Pascoli - MYRICAE

3/30/2007

KERFANK 1870

General, ma General d'ar ger,
D'ar ger ma General,
D'ar ger n'eo ket d'ar brezel,

General, ma General d'ar ger,
D'ar ger ma General,
Ma Kaer de Marivault.

En habit et jabyot dore,
Tu nous vois d'en haut,
Vive la Prusse et la France;
Le cul nu, tout depenailles,
On te voit d'en bas,
A bas Guillaume et Chanzy.

'Poleon, tue nous avais dit:
- Jamais les Prussiens
Ne verront la capitale.
'Poleon nous en a menti:
Les Prussiens l'ont pris,
Guillaume est devant Paris.

Ventre rond, le gilet brode,
Tu nous vois d'en haut,
Vive la Prusse et la France;
Varioleux, le ventre affame,
On te voit d'en bas
A bas Guillaume et Chanzy.

Freycinet, tu nous avais dit:
- Oubliez d'être bretons,
Vous servez le Republique,

Freycinet, tu nous avais dit:
- Oubliez d'être bretons,
Battez-vous pour la Nation.

Bien au chaud, en souliers cires,
Tu nous vois d'en haut,
Vive la Prusse et la France;
Dans la neige, en sabots crottes,
On te voit d'en bas,
A bas Guillaume et Chanzy.

Keratry, tu nous a donne
Des biscuits sales,
De la goutte et des cartouches,
Keratry, tu nous a donné
Des biscuits moisis,
De la goutte et des fusils.

Des cartouches qui nous pètent au nez,
Des fusils rouilles,
Vive la Prusse et la France;
Les cartouches elles nous pètent au nez,
La goutte est mouillée,
A bas Guillaume et Chanzy.


3/8/2007

Heathens Against Hate

"Loddfafnir, listen to my counsel:
You will fare well if you follow it,
It will help you much if you heed it.
If aware that another is wicked, say so:
Make no truce or treaty with foes."
Hávamál, St. 127

   It is a sad necessity that requires me to make this page, but because of a few racist, Nazi, and Satanic websites that have a relatively high profile on the WWW, I feel this disclaimer must be placed on my website. The sites to which I refer claim to be Asatru or Norse Heathen while promoting Heathenism as white supremacism or a kind of Satanism. Of course, the practice the Old Northern traditions and other forms of ancient Paganism -- the ancestral religions of much of Europe and the world -- has nothing to do with race hatred or with Satan.

   First, there are avowed Nazis and radical white supremacists who yet call themselves or their groups "Heathen", and who abuse our holy symbols and our Gods' names to promote hatred, violence, and totalitarian political agendas. The truth is, however, that there is nothing less Heathen than blind obedience to a demagogic leader; nothing less Pagan than the promotion of mental slavery over freedom.   These groups try to use the fact that Heathenism is the ancestral ethnic religion of Europe to promote ideologies of race hatred. In this they ape the Nazis who tried to use the ancient
symbols of pagan Germany for the same reasons. The truth is that although Heathenism is a modern revival of ancient folk ways, in which honouring the ancestors is important, it certainly does not promote hatred of any other ethnic group or religion.

   Next, there are certain Satanist or Setian groups who associate Odin with their system, which is not Northern at all, but merely a reactionary perversion of Judeo-Christian traditions mixed with ceremonial magic. Paganism is a religion of its own, and does not define itself through opposition to some other established religion or God, as Satanism does. There are many Websites now that basically describe Asatru as a kind of Satanism, and this is totally erroneous, as Satan does not exist in the Heathen mythos. 

  
In addition to those hate-mongers who wrongly assume the name of Heathen, there are a few people of other faiths who promote hatred of us because we are Heathen. Heathens and Pagans the world over continue to suffer prejudicial treatment because of our religion. To this day, those who practice the old native ethnic religions strive to overcome two thousand years of oppression by fundamentalist religious zealots, who from the beginning of the organised Christian church systematically attempted to eradicate the Pagan religions from the face of the Earth. It is clear that many misconceptions about our faith and ways have been promulgated by religious fundamentalists, and it is largely due to this anti-Pagan propaganda that false conceptions of Heathenism have arisen.

   As devoted Heathens we oppose hatred and prejudice based on religious differences, and promote religious freedom, tolerance, respect, and open communication. We strive, through education and by living example, to restore our ancient Old Religion to its rightful place among the world's faiths, and to reveal and refute, whenever possible, misrepresentations and propaganda against our beliefs and our Gods.

Tratto  da  http://home.earthlink.net/~wodensharrow/hah.html

2/2/2007

CEOL MOHR (Piobaireachd )

E' una notte nera e il vento soffia freddo e umido dalla brughiera verso il mare del nord; di giorno grigio come ferro liquido, adesso, di notte, invisibile e pauroso, come le bocche dell'inferno.
Dal villaggio di pietra scura e tetti di paglia, alcune donne guardano verso la collina dove un grande falò sta ardendo; la sua luce rossastra si riflette sulla nebbia sovrastante creando un gigantesco alone di luce soffusa.
Là, in alto, alcuni guerrieri highlanders si stagliano sullo sfondo cremisi; fermi in piedi accanto ad un tumulo di terra fresca. Tengono in mano le Claymore; grosse spade, con la punta appoggiata a terra, in segno di profondo lutto.
I capelli lunghi e sudici incorniciano facce scure ancora macchiate del sangue e del fango della recente battaglia. Stanno in silenzio, gli sguardi fissi ad un orizzonte invisibile, là dove si trova la Nona Onda.
Il loro capo è morto durante la notte per le ferite riportate in battaglia: profondi squarci al ventre che neppure il druido del villaggio ha potuto curare.
D'un tratto alto e lugubre, selvaggio e solitario, si alza il suono della cornamusa.
Il piper, un piccolo pitto dalla carnagione scura e lucida, intona una lenta e mesta melodia. Sembra quasi un lungo e straziatnte lamento che esca dalle viscere della terra per rivolgersi verso il cielo plumbeo. Sembra una richiesta di pietà verso il Divino; per quel grande uomo che in vita li ha comandati tutti, in pace e in battaglia.
Domani al suo posto ci sarà suo figlio, un giovane alto e possente, dagli occhi chiari come il ghiaccio, rosso di capelli e di carnagione che adesso, in ginocchio, prega davanti al tumulo con gli occhi pieni di lucide lacrime e il cuore pieno di lucida vendetta.
La cornamusa sembra parlare per lui; un lungo urlo per chi non c'è più. Dopo una prima frase, il piper comincia un tormentoso e sempre più urgente richiamo al tema iniziale; quasi una litanìa ossessiva, un ripetersi ipnotico di frasi, il doloroso ripetersi di una domanda, bruciante come le ferite, insistente come il dondolarsi nella preghiera al Dio del giovane figlio di questo capo che è appena morto. Note sempre più veloci per sottolineare il dolore che sgorga come un fiotto dal cuore e dal cervello in un parossistico susseguirsi di frasi brevi e continue che danno sfogo alla rabbia.
Poi, come sempre succede, lo sfinimento prende il posto di tutte le altre sensazioni.
E anche il lungo brano ritorna sul suo tema iniziale: lento esemplice, quasi il segno dell'addio. Per sempre.
L'ultima nota si spegne e resta solo il crepitare del fuoco e l'ululare minaccioso del vento.

Fonte : www.bagpipes.it

5/17/2006

Todeswalzer

Dying with sorrow not in hand, Welcoming my gods, an equal I am, A travel awaits before me, Encircled as a God, dead as a man, An era has now ended, But a new era will come, While my destiny fulfits itself, I glance at the world with wisdom from the end, My efforts will now be rewarded, As I enter Kingdom Come, My hate will now get fatal for those that disapproved me once, With my misanthropic these soon brought to life, I'll see an definite end for week, feeble minds, As I die I'll go further, further than any other man, To obtain powers and wisdom as a God from the other end, My death will be revenged with fury of the damned, My eternal life will be praised by the gods at the end.

5/8/2006

“Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane”.

 

Pier Paolo Pasolini